Ovvero della collettività tramite il singolo
“Le Migrazioni esistono.
La morte non esiste!”
Leggere per piacere, e non per dovere, è qualcosa che ho fatto sempre meno nel corso del tempo. Negli ultimi anni ho trovato difficile completare delle letture, anche quelle che ho iniziato con più entusiasmo. Pertanto è opportuno non dimenticarsi delle poche che son riuscito a concludere.
Il libro racconta, basandosi su ricerche d’archivio ed analisi di carteggi, la storia delle componenti slave dell’esercito austriaco nei primi anni del ‘600. Nello specifico di come, una volta finite le guerre con gli Ottomani, i serbi rifiutarono di trasformarsi in contadini ed emigrarono in Russia per arruolarsi nell’esercito della zarina. I numeri sono poco chiari ma sembra verosimile che furono circa ventimila i serbi che si trasferirono in Russia durante gli anni ’50 del ‘700.
La vicenda guarda ad una famiglia storicamente esistita, gli Isakovic, costruendo un affresco sulla complessità degli intrecci familiari dell’epoca e la loro efficacia sul piano pratico. Vengono trattate due generazioni tramite la vicenda di Vuk Isakovic, capitano dell’esercito austriaco, e suo nipote Pavle Isakovic, anch’egli membro dell’esercito austriaco, che spinse la famiglia ad emigrare in Russia.
Per gli Austriaci
La prima parte riguarda esclusivamente le vicende di Vuk Isakovic e la sua partecipazione alle guerre dell’Austria contro i Prussiani e contro i Francesi. Il racconto restituisce tre personaggi meravigliosi, Vuk, il fratello e la moglie, ed il loro essere soggetti alle strutture dell’epoca. Mentre il capitano combatte e si sposta per tutta Europa, sembrando più una barca in preda ad una tempesta che non sa ne dove sta andando ne perché si sta muovendo. Gli altri due sono vittime anch’essi delle costruzioni sociali, una intrappolata nella sua femminilità stereotipata, il secondo nei vincoli religiosi; insuperabili anche dalla sua ricchezza.
L’incapacità del singolo di fermarsi, di uscire dal mare in tempesta ed appropriarsi della vita è l’incapacità di un intero popolo continuamente soggetto alla tempesta, ai movimenti forzati, alle guerre del quale non si sa il motivo ed al flusso dinamico nel quale l’impero austriaco obbligava ad esistere i vari popoli testimoni della sua multietnicità.
Il flusso narrativo restituisce la dinamicità grandiosa di masse di persone costantemente in movimento che formano gruppi e si disperdono come piccoli atomi appartenenti al medesimo corpo, quello serbo. L’impotenza di queste persone davanti alla frammentazione fa da contraltare alla loro bellezza ed alla loro valore in guerra evocato con continuità dall’autore.
Verso la Russia
La vicenda di Vuk Isakovic si interrompe con lui, di ritorno dalla guerra, dolorante al ventre ed inconsapevole della morte della moglie. Nella seconda parte lui si trova già nella casa dove morirà, a Mitrovica, ed iniziano le migrazioni di Pavle Isakovic. Quest’ultimo si muove per seicento pagine alla ricerca di un modo per entrare in Russia con i suoi tre cugini.
Passando tra Austria, Montenegro ed Ungheria, Pavle arriva a Kiev entrando, con i cugini, nell’esercito russo. Il desiderio di emigrare in Russia ha letteralmente animato i protagonisti e li ha guidati attraverso i vari movimenti nello spazio e nel tempo richiesti dalla narrazione. L’arrivo in Russia, naturalmente, non rappresenterà l’arrivo della felicità se non per alcuni avvenimenti sporadici. La narrazione si interrompe quando i documenti epistolari fanno perdere le tracce della famiglia Isakovic emigrata in Russia.
Questa seconda parte non suscita l’epica del movimento quanto la prima ma rappresenta una migrazione in senso stretto. La migrazione dei Serbi verso la Russia, dovevano essere centinaia di migliaia e così furono percepiti dai protagonisti. Sembra invece che furono al massimo ventimila, come specificato dall’autore, e che l’Austria chiuse, di fatto, le frontiere poco dopo il loro passaggio.
Questo epos storico e letterario trasmette un’immagine evocativa del popolo serbo che si concepiva già come nazione. Questo approccio è sicuramente dettato anche dal momento nel quale venne pubblicato e da chi. L’autore era un Serbo, forse legato a Gavrilo Princip, ambasciatore del regno jugoslavo emerso dalla prima guerra mondiale. La riaffermazione nazionalistica era di un’importanza strutturale e pertanto riaffiora costantemente tra le pagine. Questo aspetto ridimensiona, almeno in parte, il suo valore documentale a proposito della Serbia.
Il testo conclude la narrazione dei personaggi senza una vera conclusione, senza nessun’atto eroico ma disperdendoli nell’abisso della storiografia che cessa di dare fonti su di loro. Il legame tra letteratura è documentazione è molto stretto in tutta l’opera ed il risultato narrativo, nelle ultime pagine, getta in uno sconforto emotivo. Tramite quest’opera, seguendo per più di mille pagine ogni singolo dialogo dei personaggi, ci si affaccia sull’abisso della storia, si aspetta un atto eroico, una vittoria militare, un successo di uno qualunque dei personaggi. Eppure questo successo non arriva, essi si disperdono, il lettore si affaccia su quelle vite per poi vederle perdersi nell’oblio della storia.
L’ininfluenza dei personaggi, al quale inevitabilmente ci si affeziona, non solo nell’arco storico ma anche nell’arco narrativo della finzione genera un sentimento di rassegnazione davanti alla riaffermazione della singola vita umana come un’ombra nel flusso dellla storia. L’autore conclude raccontando come le tracce dei serbi in Russia si siano progressivamente perse, come i cognomi serbi siano stati riassorbiti e siano scomparsi in una moltitudine di altre vite, di altre storie, che ne hanno cancellato la rilevanza.