Buzzati Coloniale

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Il 16 Ottobre 1906 nacque Dino Buzzati, uno dei miei scrittori italiani preferiti, il quale viene giustamente celebrato per il suo realismo magico. Raramente viene ricordata la sua esperienza in Etiopia, per conto de il Corriere, tra 1939 e 1940. La sua produzione coloniale è stata, generalmente parlando, poco studiata ma venne raccolta da M. H. Caspar in un unica pubblicazione nel ’97. Durante il periodo in Africa, Giuseppe Bottai, allora direttore del ‘Primato’ gli chiese un racconto.

Il 15 Marzo 1940 viene quindi pubblicato ‘Uomo in Africa’ disponibile qua . La critica ne ha evidenziato i legami con Conrad e le differenze – in positivo – rispetto alla produzione coloniale coeva.

Il testo, per quanto molto buzzatiano e quindi capace di soddisfare il mio gusto, presenta a mio avviso diverse modalità di rappresentazione tipiche della letteratura coloniale. Le principali per me sono le seguenti:

A) Il territorio viene raccontato tramite la natura dirompente, non antropizzato, lontano dalla vita civile. Buzzati non è acritico sulla vita in Italia, ma la diversità tra Italia ed Etiopia viene declinata nei termini di un luogo sul quale l’uomo non ha lasciato un’impronta.

B)Il protagonista è costruito in una costante contraddizione tra il suo desiderio di tornare in Italia e il suo rimanere impigliato all’Etiopia. Nel finale è solo, ai confini della civiltà, pacificato, con i suoi ascari. Questi ultimi non sono garanzia di compagnia o civiltà.

C) L’Etiopia (o meglio la generalizzazione ‘Africa’ come viene usata da Buzzati) viene rappresentata, nel complesso, come un’area nella quale gli italiani incapaci di trovare un proprio posto nel mondo – come il protagonista – possono trovare un posto nella colonia. Come se questa fosse una propaggine della nazione Italiana costruita per gli Italiani che in Italia non avevano spazio. Questa idea riflette l’approccio Crispino e fascista alle colonie, utilizzarle come spazi vuoti per risolvere questioni sociali, su tutte quella agraria.

Per quanto antitetico a molte tendenze del regime, con scritti spesso censurati, in questa articolazione del suo racconto coloniale – che consiglio di leggere – si mostra più fine degli altri autori coloniali ma non in contraddizione con la concezione stessa della colonia.

Operazione Oltremare – Tirana.

La sera del 6 Aprile 1939 iniziò l’operazione Oltremare-Tirana. Nel quadro europeo è un evento minore ma è stato qualcosa che ha occupato – come l’invasione della Yugoslavia – per decenni progetti e fantasie geopolitiche dell’Italia e racchiude alcuni elementi paradigmatici dell’imperialismo fascista ai quali è interessante guardare.

Nazione

A) L’Albania era già di fatto un protettorato italiano dal 1925 con la creazione della SVEA e l’Italia si è costantemente auto rappresentata come l’unica delle grandi potenze ad avere a cuore l’autodeterminazione nazionale dell’Albania – e delle nazioni dei Balcani. Di conseguenza Il regime raccontò l’invasione come un’operazione per ripristinare l’ordine. Vi sono testimonianze di censure verso gli scritti che parlavano direttamente di invasione. Zog, che aveva goduto per anni di finanziamenti, venne di colpo screditato dalla stampa italiana. L’elemento fondamentale era il rappresentare l’Italia come capace di difendere la nazione albanese, anzi di esaltarla, va da se che parlare di invasione si sposava male con ciò.

Bonifica

L’esaltazione della nazione albanese, con l’esaltazione discorsiva del concetto di Grande Albania da parte italiana, avvenne tramite una prospettiva direttamente fascista. Mi spiego: l’Albania, nella retorica del regime, avrebbe raggiunto la gloria grazie all’Italia ma non perché l’Italia avesse chissà quali qualità intrinseche ma perché tramite quest’annessione l’Albania sarebbe diventata una società fascista.

Nella sua auto-rappresentazione il Fascismo si presentava come strumento in grado di bonificare una nazione e, tramite la creazione di una società fascista, portarla alla gloria. Valeva per l’Italia e valeva anche per l’Albania. Nella letteratura di viaggio, l’Albania diventa un territorio con un carattere nazionale puro – fattore da esaltare in un regime sempre più ossessionato dalla razza – e con molte risorse naturali sprecate perché gli Albanesi non avevano l’idea del progresso. L’inizio di una società Fascista in Albania (unico possedimento nel quale il fascismo fondò un partito fascista locale-PFSh) avrebbe permesso, tramite la bonifica materiale, di regolare le risorse naturali e, tramite la bonifica della società, di educare gli albanesi al lavoro.

Lavoro

Il terzo elemento interessate è l’esaltazione del lavoro italiano: l’Italia si rappresenta – in qualsiasi giustificazione del suo imperialismo da Crispi in avanti – come una nazione laboriosa. All’interno del sistema fascista il lavoro, la costruzione di un impero del lavoro diventa un topos del discorso imperialista italiano costantemente rievocato. Una colonizzazione del lavoro si collega ad altri elementi funzionali a legittimare l’espansione: la coltivazione delle terre con metodi “moderni” di cui avrebbe beneficiato anche la popolazione locale, la fondamentale semplicità delle persone che facevano quest’invasione e la nobiltà d’intenti degli invasori. Nel caso albanese è particolarmente evidente, le comunità Italo – Albanesi del sud d’Italia vengono esaltate come comunità che da un lato stando in Italia secoli “sono diventate” laboriose ma allo stesso tempo hanno mantenuto la loro pura nazionalità. Tramite l’annessione sarebbe avvenuta lo stesso in l’Albania. In breve: bonifica e lavoro erano topos che si univano nella concezione della società fascista, funzionali a esprimere un messaggio imperialista legittimo e coerente con le politiche razziali del regime.

Resistenza

La resistenza Albanese: la conquista si concluse senza incontrare – di fatto- resistenza , entro il 12 Aprile le truppe Italiane avevano stabilito il controllo sul paese. La realtà però è che quel controllo non fu mai completamente effettivo. La popolazione accolse gli italiani in un primo momento con indifferenza, passando ben presto soppiantata all’ostilità aperta anche se disorganizzata che ha resto molte aree di fatto non controllabili.A questo proposito consiglio il testo di Basciani pubblicato nel 2022 che tra le altre cose dà un’idea di quanto fossero frequenti gli atti di insubordinazione, resisteza e gli attacchi alla struttura del potere fascista.

Nazionale di calcio francese e impero

Un paio di pensieri personali molto random e poco accurati sulla nazionale di calcio francese e sul tema coloniale in essa.  

Il tema si gioca completamente sull’ambivalenza semantica; la Francia è stata una potenza coloniale e imperialista – come quasi tutte le nazioni dell’Europa occidentale – ed ancora oggi esercita un’influenza post ( e non de-) coloniale in molte delle ex colonie. Non solo, l’impero coloniale francese è perdurato alla guerra mondiale ed è stato un elemento importante della storia del secondo ‘900. Per esempio l’Algeria è diventata indipendente nel ’62, la comunità francese è stata abolita ufficialmente solo nel 1995. L’influenza di questo apparato sui soggetti migranti è riconosciuta ed oggetto di ricerche. In breve, non è folle sostenere che anche davanti – come in questo caso – a migranti di terza generazione il colonialismo abbia ricoperto un ruolo nella composizione di questa squadra. La voglia di giocare per la nazionale francese da parte di questi soggetti non deve trovarsi per forza in un’inconsapevolezza o semplicemente nella volontà di giocare in una squadra più forte (cosa nella quale non c’è nulla di male), ma anche nell’interiorizzazione di uno sguardo coloniale diffuso tramite l’imperialismo culturale. L’imitazione del colonizzatore da parte dei soggetti colonizzati è qualcosa che viene studiato almeno da quando si è iniziato a lavorare con gli strumenti della psicanalisi negli ambiti postcoloniali (vedere su tutti Homi K. Bhabha). Il colonizzatore si pone, quasi sempre, come modello da seguire tramite vari strumenti che continuano a funzionare anche quando l’impero finisce, per esempio si può vedere nel successo – ancora negli anni 2000 – delle creme sbiancanti in Senegal (a tal proposito consiglio “come sbiancare un Etiope”). Può sembrare anche poco accurato vedere un collegamento tra il colonialismo francese degli anni ’50 ed una cosa che esiste 70 anni dopo formata da fenomeni migratori iniziati dopo la fine dell’impero, e sicuramente in parte lo è, ma su ciò conta anche la percezione dei soggetti migranti come soggetti subalterni al loro arrivo in Europa. 

D’altra parte è evidente come questo tipo di discorso, attribuendo al colonialismo tutto ciò neghi fortemente l’agency dei singoli soggetti che anche giustamente si sono formati calcisticamente in Francia e vogliono giocare per quella nazionale. Allo stesso modo, con le dovute eccezioni, è anche sbagliato attribuire battaglie a chi non se le auto attribuisce, soprattutto in un contesto politico dove ci sono almeno due partiti capaci di ottenere grandissimi consensi che magari le persone nere in nazionale non le vorrebbero neanche. In questa ambivalenza nel riconoscere uno strumento violento alla remota base di ciò e la contemporanea possibilità che il discorso sullo strumento venga strumentalizzato in chiave razzista e paternalista credo sia giusto tenere a mente il concetto di ibrido negli studi postcoloniali. Il colonialismo francese c’è stato, ancora oggi influenza alcune situazioni nei paesi ex colonie e non si può negare, così come non si può negare l’esperienza ibrida causata da questo passato cercando una nazionale che sia “puramente Francese” (il che, nei discorsi di chi vuole ciò si traduce in “voglio solo giocatori bianchi”). Personalmente credo che – nella situazione attuale, dove questa identità ibrida è ancora sotto negoziazione con partiti di estrema destra che prendono % molto rilevanti – sia molto peggio negare o contestare questo ibridismo che l’accettazione dello stesso.

Dirò di più, l’Italia aveva un rapporto diverso con le sue colonie rispetto alla Francia, erano sfruttate – almeno nei piani – per incanalare l’emigrazione italiana verso le colonie e non per avere – tra le altre cose – mano d’opera a basso costo ma ci sono stati e ci sono ancora oggi persone racchiuse nel limbo della loro identità postcoloniale non riconosciuta dal punto di vista istituzionale. Al crollo dell’AOI le persone etiopi o eritree presenti in Italia – in particolare alcuni ascari stanziati a Roma – vennero completamente nascoste, ancora oggi i nipoti delle unioni “coloniali” avvenute prima delle leggi contro il madamato patiscono le conseguenze in termini di concessione della cittadinanza italiana di ciò. Non riconoscere i tuoi stessi privilegi a chi hai colonizzato è al tempo stesso un esercizio coloniale, non so se essere allenati da Deschamps possa essere un privilegio ma, scherzi a parte, quando si guarda alla nazionale francese come espressione del colonialismo credo (ma è solo un’opinione di chi di società francese non sa nulla) anche guardare a ciò.

La regina Elisabetta, più regina di come si è raccontata.

La regina era colonialista e va ricordata come tale, senza dimenticarsi che però lo è stata sempre, o quasi, in accordo con il parlamento. Il colonialismo è un fenomeno anche collettivo che sarebbe bello poter cancellare con il passaggio generazionale ad un’altra ma non è così. La santificazione di figure che hanno come unico scopo quello di rappresentare il privilegio è assurda però non va dimenticato che il colonialismo europeo – anche quello novecentesco – sarebbe esistito anche senza monarchie. In Italia dovremmo saperlo bene, infatti fu la democrazia a chiedere la restituzione dei domini coloniali, a spingere per riottenere un protettorato sulla Somalia e, per esempio, a negare l’estradizione a praticamente tutte le persone che si sono macchiate di crimini coloniali durante il fascismo richiesta da Jugoslavia e Etiopia.

Ciò detto ci sono invece azioni delle quali la Regina Elisabetta è stata diretta ed unica responsabile, ne ricordo poche ma ve le butto qua:

1)Avvallò l’ordine di Boris Johnson di chiudere il parlamento quando aveva paura di andare sotto, imponendo di fatto un no deal per la brexit.

2) Ha preso posizione quando in Scozia si cercò di staccarsi dal Regno Unito affermando “spero che la gente penserà con molta attenzione al futuro”, era il 2014 e la posizione ufficiale della monarchia era la neutralità.

3) Attività di lobby per ottenere esenzioni dalle leggi climatiche scozzesi nelle sue tenute in Scozia https://www.theguardian.com/…/queen-secretly-lobbied…

4) Attività di lobby per escludere la sua ricchezza dalle norme di trasparenza richieste dal Regno Unito, forse una delle peggiori. https://www.theguardian.com/…/revealed-queen-lobbied…

In generale è probabile che abbia usato i suoi privilegi di monarca ben di più di quanto si pensasse, il Guardian ha stimato che circa un migliaio di leggi sono state stoppate dal veto reale prima ancora che venissero discusse in parlamento. La regina ha inoltre usato le sue prerogative, che convenzionalmente dovrebbero essere pure formalità, per compiere attività di lobby nei confronti del governo per fini personali/privati. In particolare, oltre ai già citati, fa specie come tentò di escludere i propri possedimenti dai regolamenti di “road safety” e “land policy” (theguardian.com/uk-news/2021/f…). Quindi no, non è stata una figura super partes e/o ininfluente ma una monarca che ha cercato, in vari modi, di esercitare ancora un potere personale ai limiti dell’assoluto.

L’Orientalismo di Franco Battiato

La produzione musicale di Battiato, al netto della sua figura, ha contribuito a formare una parte discreta del mio immaginario di ragazzino, ed ancora oggi le immagini evocate lavorano le mie percezioni sull’Oriente nel senso più Saidiano del termine. Un Oriente che va dai Balcani al Giappone, dal Maghreb agli indiani d’America. Un Orientalismo, quello di Battiato, nel senso migliore del termine, che faceva emergere un Oriente sconfinato e coinvolgente, gerarchico e poetico, i luoghi cantati assumono le fisionomie sfumate di un abisso che non puoi comprendere e conoscere ed entrano, in questa forma, nell’immaginario. Topoi come Mustafa Barzani, Tirana, Leningrado, Berlino est, il deserto ecc vengono continuamente evocati con referenza ed ammirazione.

Se quello che viene configurato è un oriente, a mio avviso, almeno in parte decoloniale, mai pienamente comprensibile all’ascoltatore a causa della sconfinatezza dei discorsi che si sublimano al suo interno, allo stesso tempo sarebbe infinitamente interessante tracciare una mappa degli stereotipi evocati ed anche costruiti da Battiato stesso nel tracciare la fisionomia dell’Oriente cantato nelle sue canzoni. Perché se è vero che viene data un’interpretazione sicuramente positiva dell’Oriente, almeno ad una prima lettura, d’altra parte è innegabile che venga proposta una lettura dello spazio e della realtà slegata dalla razionalità concreta ma mistica e spirituale, che poi il cantautore esalti quest’ultima davanti alla miseria dell’occidente razionale è un discorso con una valenza secondaria. Ciò ovviamente non per sminuire il valore complessivo delle immagini evocate che rimane, per me, piacevole, ma perché sarebbe effettivamente interessante studiare la tipologia di oriente evocato nella cultura pop Italiana, visto che si tratta di un fenomeno Pop che ha contribuito a formare l’idea di centinaia di migliaia di persone su cosa ci sia ad est.

L’intro di voglio vederti danzare, dove usa un latinismo per descrivere la latinizzazione della lingua araba è forse uno degli esempi più lampanti di ciò. Combatto l’imperialismo linguistico con i mezzi stessi che l’imperialismo linguistico mi ha fornito. Più o meno lo stesso effetto che avrebbe dire ” Voglio portare un challenge a chi si ostina a mettere parole inglesi quando parla italiano”

Ex Museo coloniale di Roma

Oggi è stato il mio ultimo giorno all’ex museo coloniale di Roma, il disagio emotivo che comporta ogni fine di qualcosa mi da l’occasione per tirare un poco le somme di quello che è e quello che era questo museo. Il museo coloniale di Roma viene pensato nel 1913 ma venne inaugurato da Mussolini dieci anni dopo. Con l’invasione dell’Etiopia divenne il museo dell’Africa italiana e chiuse, per riscontro inventariale, nel 1938 per poi riaprire a guerra finita, nel 1947 e rimanere aperto fino agli anni Settanta. Gli oggetti presenti al suo interno provenivano per la maggior parte dalle varie fiere coloniali che ebbero luogo in Italia ed all’estero a partire da fine ‘800. Il Museo coloniale di Roma costituiva un soggetto museale particolare e differente dai classici musei etnografici dell’epoca. Anche questi ultimi – ovviamente – basavano il loro patrimonio e la loro stessa esistenza su rapporti coloniali con le realtà locali. All’interno del Museo in questione, però, il soggetto stesso dell’esposizione era il colonialismo e ciò influenzò la sua costruzione: manca un registro di entrata degli oggetti, di questi ultimi non si conosce esatto luogo di provenienza o il nome di chi li possedeva. Queste informazioni risultavano essere inutili alla narrazione del Museo che rispondeva a necessità diverse. In primo luogo il Museo aveva l’obbiettivo di celebrare l’espansione coloniale, di diffondere ciò che avveniva in Libia, Somalia, Eritrea, Grecia ed Etiopia inventando un discorso celebrativo a proposito. In seconda battuta il Museo era finalizzato a diffondere la conoscenza del colonialismo italiano tra gli italiani, per formare una Nazione di colonizzatori. Insomma, era un museo sul colonialismo italiano, fatto dai colonizzatori per i colonizzatori o futuri tali. Le sezioni nelle quali furono divisi gli oggetti seguivano queste necessità ed erano, indicativamente, cinque: etnografica, artistica, scientifica, merceologica, archeologica. Ognuna di queste con una specifica finalità nella celebrazione e nella diffusione del colonialismo italiano. Gli oggetti ora contenuti nelle sezioni, fidatevi, sono molto problematici ed hanno in sé un potenziale di violenza davvero difficilmente raggiungibile da altri oggetti. In questi mesi ho lavorato con le curatrici che stanno tentando di decostruire e decolonizzare questa collezione, operazione urgente e necessaria, al fine di ampliare la conoscenza a proposito della narrazione del colonialismo italiano in un modo consapevole. Ad oggi il primo tentativo di fare questo è costituito da un piccolo allestimento e dal programma depositi aperti, facilmente consultabile sul sito del Muciv. Tutto ciò per dire che è stata una bella cosa, interessante e soprattutto utile per formare una propria consapevolezza del significato che hanno, ancora su di noi, pratiche e narrazioni.

L’assalto alle persone no vax è classista.

Si può dire quello che si vuole sui no vax e sulla loro narrazione, sarebbe interessante avere più materiale letterario a disposizione da loro espresso, ma se vivessimo in una società equa capace di dare strumenti e conoscenze all’intera collettività forse avrebbe senso parlarne e parlare anche di eventuali colpe individuali. Ma non viviamo in questa società. Anzi, all’egemonia di una prospettiva classista, sempre, si è affiancata una gestione della pandemia forse più che criminale di ogni singolo governo occidentale e mi viene davvero difficile pensare che delle istituzioni che preferiscono intasare le terapie intensive invece di imporre lo smart working (per dirne una) possano dare giudizi di valore a (poche) persone no vax. L’Italia poi nello specifico sui vaccini ha fatto diversi pasticci che sappiamo. Però voglio ricordare che informazione e sensibilizzazione su questa cosa se ne è fatta davvero poca. Siamo agli spot con Amadeus e a Burioni che dice che chi non si vaccina è un topo (oltre a perdere tempo su twitter a fare terrorismo su AZ e screditare tutti i vaccini
non prodotti nelle “democrazie”, perché devi poter criticare chi ti da un lavoro, a differenza di chi lavora nelle università private). Ora davanti ad uno stato che per mesi ha ritenuto accettabili >300 morti al giorno per covid e che se ne è sbattuto delle vite umane direi che se anche una persona ha dei dubbi e non riesce a riconoscere nelle istituzioni figure che hanno a cuore la sua propria salute non dico che si debba capire per forza ma almeno evitare di disprezzare.

Polonia ed Ue sono quasi la stessa cosa

Visto l’argomento di ieri, legittimo chiedersi se l’Ue – istituzioni e cittadini – hanno un problema di euro orientalismo nei confronti dell’est europa? La risposta sembra essere sì, perché che L’Ue, suoi cittadini compresi, abbiano interesse nell’avere nell’unione paesi governati dall’estrema destra (fa sempre molto ridere quando poi la levata di scudi tipo “i nostri cittadini sono diversi dai loro quindi non possiamo stare assieme” arriva dall’Italia con Fd’I primo partito)è abbastanza ovvio a chiunque. Però va notato come nella narrazione politica ed istituzionale da parte dell’Ue e dei singoli paesi queste realtà vengano costantemente banalizzate come realtà di pazzi reazionari senza che mai si arrivi al passaggio successivo
Ossia che questi pazzi reazionari dentro la nostra unione ci stanno bene e servono ad essa. La questione si delinea in un doppio scenario: da un lato i paesi già entrati dall’altro quelli che forse entreranno. I primi permettono di spostare a destra l’asse delle politiche economiche e sociali senza clamore. I video della polizia ungherese che costruisce muri sono ovunque, che l’Italia finanzi la guardia cost. libica o che l’Ue finanzi la polizia di frontiera croata e la Turchia destano molto meno scandalo pur essendo equivalenti. Il fatto che in Italia abortire sia praticamente impossibile non viene mai paragonato alle leggi che ogni tot il governo polacco tenta di far passare ecc ecc però ci dobbiamo subire la retoriche de “eh ma noi siamo diversi da loro non ci conviene star con loro” perché? perché generalmente parlando ci sono delle strutture discorsive che tendono a rappresentare l’est europa secondo
determinati canoni che aiutano a comparare le realtà orientali con noi stessi da un punto di vista superiore permettendoci così di autoassolverci da crimini equivalenti. Questo si riflette anche sui paesi, soprattutto Balcanici, che tentano di entrare nell’Ue ai quali viene imposta di fatto una governance poco indiretta con la promessa di aprire le discussioni ed i negoziati. La storia del Kosovo è davvero paradigmatica da questo punto di vista ma troppo complessa da sintetizzare qua, basti sapere che questa pratica di governance esiste ed applica una serie di doppi standard sui criteri da raggiungere. Tutto ciò non per dire che l’Ue sia il male assoluto ma solo per ribadire quanto l’Ue sia un riflesso istituzionale della nostra impostazione societaria e, come tale, abbisogna dell’estrema destra e se questa la si può confinare nell’Europa Orientale è facile e, per noi -Europa Occidentale, abituati ad avere un rapporto culturale ed economico basato sull’asse centro – periferia con il mondo circostante (dove noi siamo sempre il centro) è sicuramente meglio avere una realtà nella quale addossare le cose che non vogliamo vedere in noi .

Canone letterario

Una riflessione di un po’ di tempo fa che ho pensato fosse il caso di scrivere, il fatto che oggi sia l’8 Marzo è solo una coincidenza che però sta bene. Riflettevo sulla figura dGrazia Deledda, unica persona italiana ad aver vinto un nobel per la prosa. Allo stesso tempo non è un’autrice canonica ed è inverosimile quanto poco venga studiata ed affrontata a scuola. Nessuno pretende che si studino autrici contemporanee, tutti sappiamo quanto è difficile aggiornare i programmi mentre è facile ignorare i successi letterari dei contemporanei, soprattutto se scritti da donne. Ma Grazia Deledda ha vinto il nobel quasi un secolo fa ed è morta negli anni Trenta, non ha niente di contemporaneo la sua vita, eppure mentre un autore come Moravia si studia all’inverosimile, la sua figura rimane per lo più ignorata dal canone letterario.

Il motivo di questo accantonamento è semplice: le donne nel canone della letteratura italiana sembrano non esistere. Qualunque prospettiva si assuma non si può pensare diversamente, certo alcuni manuali nominano Deledda e Ginzburg ma non si spingono molto oltre e ridurre le scrittrici italiane a due nomi di inizio Novecento è riduttivo, così come sarebbe sciocco nascondersi dietro al fatto che le donne scrittrici sono poche. In tutto il corso della storia, eccezion fatta per gli ultimi 150 anni, le persone che scrivevano erano pochissime, eppure Ariosto viene studiato, Christine de Pizan no.

Credo sia dunque necessario riflettere su altri elementi senza dimenticare che i motivi di questa esclusione sono molti e coinvolgono tutti una coercizione sessita dell’immaginario collettivo e un’autonarrazione letteraria centrata sulle figure maschili. Questo riflette una società sessista non solo nei rapporti quotidiani ma anche, e forse mi sentirei di dire soprattuto, nella costruzione culturale. Su quest’ultima quale vale la pena soffermarsi per una riflessione più approfondita.

La produzione culturale, seguendo Gramsci, si sviluppa nella società civile, costituita da strutture sociali non coercitive (in contrapposizione alla società politica). Nelle realtà non totalitarie, tra le varie forme di cultura prodotte, il consenso ne stabilisce una egemone. Di conseguenza per la costruzione di un’egemonia culturale è fondamentale che ci siano altre forme di cultura non egemoni, che non rientreranno nel canone, per fare in modo che l’egemonia abbia significato. In contemporanea la cultura, e quindi anche la letteratura, egemone narra e i soggetti che la producono ma da consistenza letteraria anche ai soggetti coinvolti nella produzione di letteratura che non diventerà egemone e canonica. Questi ultimi vengono narrati secondo un’immagine ed un canone stabilito dalla letteratura egemone che, in quanto egemone, ha questo potere.

Da questo processo risulta non solo che la letteratura egemone diventa egemone sulle altre, ma diventa anche la chiave di lettura delle altre letterature, delle altre forme di cultura, innescando un meccanismo molto simile a quello che si vede nella produzione letteraria coloniale. In quest’ultima un soggetto si arroga, sulla base della situazione sociale, la capacità non solo di produrre la letteratura più diffusa ma anche di produrre quella che alloca i ruoli nella società. Il soggetto non egemone non solo non verrà letto, non avrà neanche la possibilità di autodeterminarsi all’interno del canone letterario.

Seguendo Said, all’interno della letteratura coloniale si sviluppa l’orientalismo, definito come il distribuirsi di una consapevolezza geopolitica all’interno della produzione di letteratura, consapevolezza derivata dalla situazione coloniale ed imperialista nel quale l’autore si trova immerso. Questo discorso ha una certa validità sulla valutazione iniziale: una certa letteratura diventa egemone sulla base di un rapporto di potere squilibrato all’interno della socità civile che, come diceva Gramsci, è basato su rapporti non coercitivi. Ma quest’assenza di coercizione vale solo per i soggetti maschili, lo stesso esempio della famiglia fatto dall’autore è indicativo. La famiglia ha assunto forme coercitive nei confronti della figura femminile. Alla quale è richiesto del lavoro non salariato come parte della sua identità di genere.

Questi rapporti coercitivi all’interno della società civile generano: da un lato la possibilità della letteratura maschile di diventare egemone, dall’altro il distribuirsi all’interno della letteratura egemone una consapevolezza di genere influenzata e legata dai rapporti coercitivi al quale è stato soggetto il genere femminile. Di conseguenza la letteratura egemone ritaglia e da consistenza letteraria al ruolo della donna che si rende necessario nella coercizione famigliare enella coercizione propria dello sviluppo capitalistico borghese. La letteratura egemone diventa quindi autoreferenziale ed adduce a sé la descrizione e la narrazione di tutte le parti sociali Anche quelle non coinvolte nella produzione diretta di quest’ultima. Si genera quindi da un lato la necessità di avere forme di letteratura sulle quali distribuire l’egemonia (sulla Deledda in questo caso specifico) e dall’altro quello di sistematizzare tutte le parti sociali all’interno del proprio canone.

In parole povere la società civile si serve la Deledda per creare la cultura egemone ma non serve studiarla perché non è quello il ruolo che la cultura egemone affida alle donne. Si rende necessario ed urgente quindi l’operazione di recupero delle autrici così come l’autonarrazione dei soggetti colonizzati per dare ragione di ciò che è stato soppresso da una cultura egemone non rappresentativa della complessità del quale faceva parte.

La prospettiva decoloniale è quella che sono portato ad adottare a causa degli studi miei ed ovviamente non è l’unica e non è tantomeno esaustiva, è solo uno dei tanti motivi per i quali bisognerebbe andare a recuperare e riscrivere la letteratura italiana canonica in una chiave inclusiva ed esaustiva, ed è anche uno dei tanti motivi per i quali questo recupero e questa riscrittura non andrebbe fatta da uomini.

“Migrazioni” di M. Crnjanski

Ovvero della collettività tramite il singolo

“Le Migrazioni esistono.

La morte non esiste!”

Leggere per piacere, e non per dovere, è qualcosa che ho fatto sempre meno nel corso del tempo. Negli ultimi anni ho trovato difficile completare delle letture, anche quelle che ho iniziato con più entusiasmo. Pertanto è opportuno non dimenticarsi delle poche che son riuscito a concludere.

Il libro racconta, basandosi su ricerche d’archivio ed analisi di carteggi, la storia delle componenti slave dell’esercito austriaco nei primi anni del ‘600. Nello specifico di come, una volta finite le guerre con gli Ottomani, i serbi rifiutarono di trasformarsi in contadini ed emigrarono in Russia per arruolarsi nell’esercito della zarina. I numeri sono poco chiari ma sembra verosimile che furono circa ventimila i serbi che si trasferirono in Russia durante gli anni ’50 del ‘700.

La vicenda guarda ad una famiglia storicamente esistita, gli Isakovic, costruendo un affresco sulla complessità degli intrecci familiari dell’epoca e la loro efficacia sul piano pratico. Vengono trattate due generazioni tramite la vicenda di Vuk Isakovic, capitano dell’esercito austriaco, e suo nipote Pavle Isakovic, anch’egli membro dell’esercito austriaco, che spinse la famiglia ad emigrare in Russia.

Per gli Austriaci

La prima parte riguarda esclusivamente le vicende di Vuk Isakovic e la sua partecipazione alle guerre dell’Austria contro i Prussiani e contro i Francesi. Il racconto restituisce tre personaggi meravigliosi, Vuk, il fratello e la moglie, ed il loro essere soggetti alle strutture dell’epoca. Mentre il capitano combatte e si sposta per tutta Europa, sembrando più una barca in preda ad una tempesta che non sa ne dove sta andando ne perché si sta muovendo. Gli altri due sono vittime anch’essi delle costruzioni sociali, una intrappolata nella sua femminilità stereotipata, il secondo nei vincoli religiosi; insuperabili anche dalla sua ricchezza.

L’incapacità del singolo di fermarsi, di uscire dal mare in tempesta ed appropriarsi della vita è l’incapacità di un intero popolo continuamente soggetto alla tempesta, ai movimenti forzati, alle guerre del quale non si sa il motivo ed al flusso dinamico nel quale l’impero austriaco obbligava ad esistere i vari popoli testimoni della sua multietnicità.

Il flusso narrativo restituisce la dinamicità grandiosa di masse di persone costantemente in movimento che formano gruppi e si disperdono come piccoli atomi appartenenti al medesimo corpo, quello serbo. L’impotenza di queste persone davanti alla frammentazione fa da contraltare alla loro bellezza ed alla loro valore in guerra evocato con continuità dall’autore.

Verso la Russia

La vicenda di Vuk Isakovic si interrompe con lui, di ritorno dalla guerra, dolorante al ventre ed inconsapevole della morte della moglie. Nella seconda parte lui si trova già nella casa dove morirà, a Mitrovica, ed iniziano le migrazioni di Pavle Isakovic. Quest’ultimo si muove per seicento pagine alla ricerca di un modo per entrare in Russia con i suoi tre cugini.

Passando tra Austria, Montenegro ed Ungheria, Pavle arriva a Kiev entrando, con i cugini, nell’esercito russo. Il desiderio di emigrare in Russia ha letteralmente animato i protagonisti e li ha guidati attraverso i vari movimenti nello spazio e nel tempo richiesti dalla narrazione. L’arrivo in Russia, naturalmente, non rappresenterà l’arrivo della felicità se non per alcuni avvenimenti sporadici. La narrazione si interrompe quando i documenti epistolari fanno perdere le tracce della famiglia Isakovic emigrata in Russia.

Questa seconda parte non suscita l’epica del movimento quanto la prima ma rappresenta una migrazione in senso stretto. La migrazione dei Serbi verso la Russia, dovevano essere centinaia di migliaia e così furono percepiti dai protagonisti. Sembra invece che furono al massimo ventimila, come specificato dall’autore, e che l’Austria chiuse, di fatto, le frontiere poco dopo il loro passaggio.

Questo epos storico e letterario trasmette un’immagine evocativa del popolo serbo che si concepiva già come nazione. Questo approccio è sicuramente dettato anche dal momento nel quale venne pubblicato e da chi. L’autore era un Serbo, forse legato a Gavrilo Princip, ambasciatore del regno jugoslavo emerso dalla prima guerra mondiale. La riaffermazione nazionalistica era di un’importanza strutturale e pertanto riaffiora costantemente tra le pagine. Questo aspetto ridimensiona, almeno in parte, il suo valore documentale a proposito della Serbia.

Il testo conclude la narrazione dei personaggi senza una vera conclusione, senza nessun’atto eroico ma disperdendoli nell’abisso della storiografia che cessa di dare fonti su di loro. Il legame tra letteratura è documentazione è molto stretto in tutta l’opera ed il risultato narrativo, nelle ultime pagine, getta in uno sconforto emotivo. Tramite quest’opera, seguendo per più di mille pagine ogni singolo dialogo dei personaggi, ci si affaccia sull’abisso della storia, si aspetta un atto eroico, una vittoria militare, un successo di uno qualunque dei personaggi. Eppure questo successo non arriva, essi si disperdono, il lettore si affaccia su quelle vite per poi vederle perdersi nell’oblio della storia.

L’ininfluenza dei personaggi, al quale inevitabilmente ci si affeziona, non solo nell’arco storico ma anche nell’arco narrativo della finzione genera un sentimento di rassegnazione davanti alla riaffermazione della singola vita umana come un’ombra nel flusso dellla storia. L’autore conclude raccontando come le tracce dei serbi in Russia si siano progressivamente perse, come i cognomi serbi siano stati riassorbiti e siano scomparsi in una moltitudine di altre vite, di altre storie, che ne hanno cancellato la rilevanza.

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